Vi riproponiamo una storia del 1972, sempre presa dalle cronache di Dante Pignatiello e tratta dal volume “Gaeta Dossier 90” edizioni Albatros.

Il Matrimonio del criminale di Guerra Nazista Kappler .

LA STORIA

Nel Maggio 45, un uomo, Herbert Kappler, riconoscendosi nelle liste dei criminali di guerra ricercati si presenta alla Military Police alleata di Bolzano per sottoporsi ad inchiesta e successivo processo.

Nato a Stoccarda il 23 settembre 1907, s’era arruolato a 27 anni nelle SS come esperto in criminologia e s’era specializzato subito in controspionaggio. Giunse in Italia nel 1938 con il compito di sovraintendere alla sicurezza per la visita di Hitler a Roma.
Di grande intuito, fu lui ad avvertire Berlino di cosa sarebbe accaduto il 25 luglio 43. E fu lui ad individuare il rifugio sul Gran Sasso dove era nascosto Mussolini e poi a catturare Ciano e spedirlo in Germania.
Durante la permanenza a Roma divorziò dalla sua prima moglie tedesca e si unì ad una signora della aristocrazia romana. S’interessò anche a studi umanistici ed etruscologia.
A 38 anni, dopo l’8 settembre 43, promosso tenente colonnello delle SS fu nominato responsabile del servizio di sicurezza.
Primo orrido lavoro con questo incarico fu (26 settembre 43) l’imporre, con un proprio ordine, alla Comunità Israelitica Romana di raccogliere e consegnare 50 kg di oro entro 36 ore ponendo come ricatto la deportazione in Germania di 200 ebrei.
Ma il 16 ottobre avvenne comunque la deportazione dalla Capitale di più di mille ebrei (tornarono in 15), compiuta da un ufficiale delle SS giunto direttamente da Berlino per ordine di Hitler. Kappler non poteva non esserne al corrente e dunque la favorì.
Seconda operazione, quella per cui è ancor oggi più tristemente celebre, fu il Massacro delle 335 vittime delle Fosse Ardeatine, per le quali nel dopoguerra fu condannato all’ergastolo (luglio 48).
E’ significativo che i primi giudici, quelli del tribunale militare, lo ritennero colpevole e lo condannarono all’Ergastolo soltanto per le 15 persone fucilate in più e per sua diretta responsabilità solo successivamente la sentenza fu rettificata ritenendolo responsabile anche degli altri 320. Kappler si è sempre difeso sostenendo che con quella strage lui aveva comunque evitato il peggio in quanto da Berlino si pretendeva venisse raso al suolo tutto il quartiere di Via Rasella e la deportazione in Germania di tutti gli uomini dai 16 a 65 anni di Roma.
Rinchiuso nel carcere militare di Gaeta vi ha vissuto per circa 30 anni, in una stanza cella insieme al collega Walter Reder responsabile della strage di Marzabotto. Dopodiché è stato trasferito al Celio per ragioni di salute.

IL CONTESTO
1977. Lo stato è in prima linea contro il terrorismo. L’anno dopo sarà rapito ed ucciso dalle BR il Presidente del Consiglio Aldo Moro. I rapporti con Bonn e la Germania Ovest, anch’essa impegnata sullo stesso fronte antiterrorismo sono buoni e proprio in virtù di questa sintonia spesso vengono fatte richieste dirette, da parte dei cancellieri al governo, o indirette da parte di gruppi di pressione, perché gli ex criminali nazisti ancora prigionieri in Italia: Kappler e Reder, vengano liberati. A dimostrare le concrete intenzioni italiane sta il fatto che il 12 marzo 76, l’allora ministro della difesa Arnoldo Forlani sospende formalmente la condanna di Kappler in ragione delle sue cattive condizioni di salute, in pratica poi gli è concesso solo di andare a farsi curare all’opedale militare del Celio.

IL FATTO
Nella notte fra il 14 ed il 15 agosto 1977 Herbert Kappler, gravemente malato di tumore al colon, scompare dall’Ospedale Militare del Celio con l’aiuto sostanziale della moglie Annelise e soprattutto per l’oscuro apporto strategico di personaggi che rimarranno in parte sconosciuti. Quando sarà divulgata la notizia della fuga, nella tarda mattinata di ferragosto l’ex colonnello delle SS è già al sicuro in Germania Occidentale, nella casa della moglie al n.6 della Wilhelmstrasse – Soltau, in Bassa Sassonia. Per nessuna ragione potrà essere estradato in Italia, lo vieta la l’articolo 16 paragrafo 2 della Costituzione Germanica, in quanto cittadino tedesco.

Sul principio si dice che sia stato condotto all’esterno dell’Ospedale dalla moglie, nascosto in una valigia e caricato da lei nel bagagliaio di una Fiat 132.

Successivamente nasce una diceria infondatache afferma Kappler sarebbe uscito a piedi dalla sua stanza ed approfittando di un attimo di distrazione dei carabinieri di custodia, abbia infilato il montacarichi e sia sceso con questo. Al pian terreno lo attendeva la Fiat 132 noleggiata dalla moglie presso la Hertz di Fiumicino con il portabagagli aperto e pieno di cuscini comprati presso la Standa di Montesacro da un signore sulla sessantina che parlava uno stentato italiano.
Successivamente invece si scoprono nella stanza pezzi di corda da alpinista ed altre tracce che confermerebbero la versione data settimane dopo da Frau Annelise secondo la quale avrebbe fatto scendere il marit dalla finestra appunto.
Kappler entra nel bagagliaio. Anneliese invece torna indietro per controllare che nessuno si sia accorto di  nulla, viene fuori dalla stanza con le sue scarpe in mano facendo ai tre carabinieri di guardia con il dito il segno del silenzio per intendere che suo marito era sprofondato nel sonno e non doveva essere disturbato. E’ da poco trascorsa la una di notte. La donna risale in macchina, si ferma dal piantone all’uscita per lasciargli una lettera per padre Monteiro, un frate portoghese, ma poi non va lontano, percorre i pochi metri per raggiungere nell’ombra più in là un’altra auto, la Opel Commodore con suo figlio Ekerard Walther ed altri due uomini. Con questa macchina raggiungono il Brennero e la Germania; il figlio e l’uomo sessantenne -quello che aveva comprato i cuscini- seguiranno la Opel con la Fiat 132 noleggiata ma restano in panne sull’autostrada nella zona di Trento perché s’è fuso il motore per aver perso il tappo dell’olio.

Ad accorgersi della assenza di Kappler -al Celio- è suor Barbara, che non trovandolo nella stanza, cerca in giardino, dove talvolta quando il male glielo permetteva andava a passeggiare. Verso le 10.45, vana ogni ricerca scatta l’allarme.

CHI E’ IL COLPEVOLE?

I carabinieri si difendono affermando che non esisteva un ordine scritto di sorveglianza ed inoltre che nella stanza di Kappler potevano entrare tutti tranne loro; da tempo avevano ricevuto addirittura l’ordine di non affacciarsi neppure alla porta, si diceche uno di essi era stato redarguito dal maresciallo per averlo fatto.

E tuttavia la fuga di Kappler non doveva costituire una sorpresa, perché da più parti c’erano stati avvisi di un piano in preparazione. In una telefonata all’agenzia Ansa, a metà gennaio 77 la voce di un uomo con accento tedesco spiegò tra l’altro che ne erano implicati anche i servizi segreti germanici.

Tra le tante ipotesi ci sono elementi che fanno ritenere la fuga di Kappler opera dell’organizzazione Odessa, ramificata in tutto il mondo ed anche a Roma attraverso connivenze con la vecchia aristocrazia nobiliare e complicità con l’eversione nera (gli amici di Delle Chiaie).
Inoltre dalla Germania Dietrich Ziemssen 54 anni, il presidente del ‘comitato Gaeta’ (avente come progetto la liberazione di Kappler e Reder), ex SS, generale della guardia del corpo di Hitler, si vantò di aver raccolto denaro ed organizzato lui il piano per la fuga.

Nell’oscura faccenda s’intreccia anche un sedicente funzionario dell’ANPI, falso comandante partigiano, che compare al Celio il 15 agosto, riuscendo ad entrarvi insieme agli investigatori. Il suo nome è Dionisio Biondi, che sembrava fosse anche iscritto al PCI. Invece poi si scopre che Biondi ha ricevuto una lunga condanna per complicità con il nemico per essere stato una spia nazista. Comunque il suo ruolo in questa fuga rimane un mistero.

Altro fatto. Si dice che il sindaco di Portoferraio sapesse già dalla prima mattinata della fuga di Kappler, in pratica prima che lo scoprissero i Carabinieri a Roma. Ma anche su questa storia ci sono state molte smentite.

Dopo la fuga di Kappler il comandante generale dei carabinieri Generale Mino trasferisce ad altra sede, o ad altro incarico, i seguenti responsabili…
-gen. Carlo Casarico, comandante della sesta brigata di Roma
-Il colonnello Ennio Fiorletta, comandante della legione Roma
-Il colonnello Vincenzo Oreste, comandante del gruppo Roma 1
-Il comandante Norberto Capozzella, comandante della compagnia Celio,
da lui dipendevano…
   -l’appuntato Luigi Falso
    -il carabiniere Oronzo Pavone
responsabili quella notte della vigilanza di Kappler.

LE ULTIME ORE

Le ultime ore prima della fuga sono caratterizzate dalla entrata al Celio di un altro personaggio la cui stranissima storia andrebbe la pena di approfondire ma di cui in pratica non si sa nulla, è il generale dell’Esercito: Antonio Anzà (qualcuno ipotizzò che sarebbe potuto diventare il nuovo comandante generale dell’Arma dei Carabinieri), che entra anche lui al Celio il 14 agosto, il giorno prima della fuga di Kappler. Solo che la sua entrata ha una caratteristica molto speciale: vi è entrato, non da vivo, ma da morto! per un presunto suicidio d’amore dai risvolti molto curiosi.
Il suo cadavere -su cui dovrà essere eseguita l’autopsia- viene protetto in una stanza non lontana da quella di Kappler.

Le ultime ore sono caratterizzate anche dai misteriosi andirivieni dei tre uomini con la Opel tra cui il figlio di Annelise. E poi da Annelise stessa che va più volte alla Hertz di Fiumicino per farsi sostituire la prima macchina che ha noleggiato in quanto la prima aveva un bagagliaio poco spazioso.

Eppoi, emerge il bonario comportamento dei carabinieri di guardia, i quali accettano da Annelise panini e sottaceti in regalo per trascorrere la notte di Ferragosto con un po’ di ristoro.

EPILOGO

Bisgna precisare che da un punto di vista giuridico Herbert Kappler non è da ritenersi un evaso… Infatti da 17 mesi non era più un detenuto in attesa di espiazione della pena ma solo un prigioniero di guerra. Era stato condannato al carcere a vita nel ’48 ma, il 12 marzo 76, l’allora ministro della difesa Arnoldo Forlani aveva sospeso la condanna per le sue cattive condizioni di salute: un tumore al colon. Al decreto del ministro era seguito un ordine di scarcerazione firmato dal procuratore generale militare che formalmente aveva restituito a Kappler la libertà. Il suo avvocato Franco Cuttica sostiene che la scarcerazione non imponeva obblighi al condannato di alcuna specie. Kappler avrebbe potuto far le valigie ed uscire sottostando solo alle imposizioni previste dalla convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra, perciò aveva più possibilità di movimento di quante ne avesse fatto veramente uso. I giudici gli avevano imposto due condizioni: dar conto per cinque anni della sua vita (spostamenti, incontri) e di non lasciar mai per nessun motivo l’Italia. L’ordinanza ufficiale dei giudici fu pronunciata in nome del popolo italiano la mattina del 13 novembre 1976, ne conseguirono però così ampie proteste che giorni dopo l’ordinanza di scarcerazione fu revocata; ordinato un riesame, che si sarebbe dovuto di nuovo discutere a fine maggio 77, questo fu reinviato perché l’avvocato di Kappler Cuttica si era ammalato.

Il sospetto della gente è che i Governi di Roma e di Bonn abbiano concordato l’evasione di Kappler per liberarsi di un problema che da tempo intralciava i buoni rapporti tra i due paesi. E’ noto che i dirigenti tedeschi premevano fin dal ’56, durante un incontro fra gli allora ministri degli esteri, per ottenere un provvedimento di grazia.
Che le cose stiano in un certo senso in questi termini lo sta a dimostrare l’epilogo della storia di quell’altro figuro nazista Walter Reder, che questa volta -ai tempi del Governo Craxi- fu accompagnato ufficialmente dalle autorità italiane per liberarlo alla frontiera austriaca nonostante le proteste del popolo italiano.

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