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Province da cancellare? No, da accorpare. O meglio, da riordinare. Scegliere la parola giusta per aiutare la moral suasion: è il primo cruccio del governo che sulle province da tagliare si sta giocando la credibilità. Corporazioni, interessi lobistici, apparati inaffondabili? Certo, la resistenza è robusta, ma l’approccio non è stato finora felice. Avessero diviso la resistenza, fra apparati politici e strutture pubbliche, amministrative, di servizio, eccetera, avrebbero avuto vita facile. Oggi, invece, l’eliminazione dell’amministrazione provinciale, oltre che suscitare le reazioni di campanile, preoccupano perché potrebbero provocare il crollo economico di realtà locali legate alla burocrazia provinciale. Non solo prefetture e questure, ma la miriade di uffici provinciali: dalla previdenza alle agenzie delle Entrate, il registro. E non solo: non c’è organizzazione pubblica o privata che non sia organizzata su scala provinciale: il sindacato, il partito, le associazioni di categoria eccetera.

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E siccome tutto questo fa paura, si fa di necessità virtù. E’ in corso una improbabile compravendita di comuni. Ieri il Corriere della Sera raccontava di trattative fra l’amministrazione provinciale di Trapani e il comune di Menfi, tanto per fare qualche esempio. Secondo il Corriere della Sera, Menfi potrebbe trasferirsi in provincia di Trapani e regalare a Trapani la permanenza della provincia, che oggi non ha perché alla sua estensione mancano mille kmq (2.459 kmq).  Se Menfi abbandonasse Agrigento, sarebbe fatta, niente accorpamento. L’emigrazione non nuocerebbe ad Agrigento che supera abbondantemente, con 3.042 kmq, il tetto minimale.

Affare fatto? Manco per idea, non è semplice.

Non è l’unico caso, quello di Trapani e Menfi. Sono in corso trattative nelle province di Benevento, Terni, Arezzo, Treviso e Latina, che cercano di salvarsi. Ci riusciranno?

L’esempio di Trapani potrebbe essereseguito da altre province siciliane, ma non tutte. Enna possiede l’estensione richiesta, superando la soglia di 62 kmq (2.562), ma è lontanissima dalla cifra della popolazione residente, appena 171.854 (ne servono 350 mila). Ragusa non dispone né della popolazione né dell’estensione, rispettivamente 319.867 i residenti, 1.614 i kmq. Nella stessa situazione si trova Caltanissetta che può contare su 270.670 residenti ed una estensione di 2.124 kmq.  Solo Siracusa potrebbe aspirare ad un salvataggio, perché la popolazione supera abbondantemente il tetto, mentre l’estensione ha bisogno di una robusta trasfusione, ma si tratterebbe di un intervento ben più “costoso” di quello di Trapani, petché una cosa è recuperare 62 kmq ed un’altra circa 400 kmq. Ci sono comuni limitrofi esterni che potrebbero “salvare” Siracusa? Certo, volgendo lo sguardo a Catania, l’aggiustamento sarebbe possibile. Catania, al pari di Agrigento, non avrebbe alcun danno dalla perdita di due o tre comuni, ne possiede 58. Con questa logica, perfino Enna potrebbe però salvarsi, basterebbe ridisegnare i confini con Messina, annettendo una decina di comuni (Messina ne ha 108). Improbabile, ovviamente, ma potrebbe essere una strada per il riordino sul territorio regionale.

Sulle province siciliane, comunque, c’è una misura di salvataggio: sono regionali e possono essere modificate solo con una decisione dell’Assemblea siciliana. Il recepimento, dunque. Difficilmente, tuttavia, la Sicilia può ignorare la spending review. Non si fa che scrivere e parlare dei privilegi dello Statuto, sottrarsi ad un programma di riduzione delle spese è obiettivamente problematico.[banner size=”300X250″]

 

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